Di seguito una riflessione di Antonella Cazzato, segretaria Spi Cgil Puglia: La pandemia ha messo a nudo non solo la carenza di una
sanità basata sugli ospedali pubblici gestiti come aziende. Ha anche spalancato
le porte sulla realtà delle strutture residenziali per anziani, che si sono
rivelate non luoghi di cura e protezione dal contagio, ma luoghi di abbandono,
trascuratezza e focolai di contagio. Da tempo rivendichiamo che le strutture
residenziali per anziani non devono essere segreganti e umilianti, chiuse al
territorio, alle famiglie, al volontariato. Sarà necessario ripensare tutto il
sistema della residenzialità. Questa estrema esperienza ci rende ancora più
determinati a pretendere un vertiginoso cambio di passo, la cura è sanità
pubblica, stato sociale, riconoscimento del diritto ad usufruirne all’interno
della propria abitazione, riconoscimento e valorizzazione del lavoro di chi se
ne occupa.

Sostegno concreto agli anziani ed alle famiglie, con
servizi che rispondano con efficacia al progressivo invecchiamento della
popolazione.

La risposta non può essere il ripiegamento
sull’assistenza informale nelle famiglie, per gli anziani che una famiglia ce
l’hanno!

Riteniamo invece vada sostenuta la scelta dell’anziano di
invecchiare nella propria abitazione, senza che la casa sia trasformata in
luogo di confino. Abitazioni integrate nel contesto urbano, nel quale sperimentare
la condivisione degli spazi comuni e delle stesse abitazioni private, nel
vivere quotidiano intergenerazionale.

Le prospettive demografiche rivelano che nel 2050 gli
anziani ultra ottantenni in Puglia aumenteranno di 231 mila e che, quindi,
anche il ricorso alle assistenti familiari sia destinato ad aumentare.

Secondo le cifre ufficiali, le collaboratrici ed i
collaboratori domestici iscritti all’INPS sono 858 mila. Ma noi stimiamo siano
invece oltre due milioni, in maggioranza donne, straniere e senza contratto. È
un comparto in cui il lavoro nero è estremamente diffuso.

Dal rapporto annuale sul lavoro domestico – elaborato
dall’associazione Domina in collaborazione con la Fondazione Moressa (su
elaborazione dati INPS e Istat) – i lavoratori domestici regolarmente assunti
in Puglia sono 25.881 (lavoratori domestici regolari Inps 2018).

Negli ultimi anni le colf sono costantemente diminuite a
fronte di un numero stabile delle badanti (57,3% colf e 42,7% badanti).

Quasi la metà dei lavoratori domestici in Puglia è
italiana (49,2%) e le lavoratici donne rappresentano ben l’89,5%. Fra gli
stranieri, il 30,2% proviene dall’Est Europa ed il 13,6% dall’Asia.

L’incidenza degli italiani è maggiore nei lavori
domestici che non richiedono la convivenza (49%), mentre vi è una distribuzione
piuttosto omogenea delle mansioni (il 19% sono assistenti – non formati – a non
autosufficienti; il 20% a persone autosufficienti; il 20% sono collaboratori
generici polifunzionali; il 16% addetti alle sole pulizie; il 7% addetti alla
compagnia per autosufficienti).

Il datore di lavoro ha un’età media piuttosto elevata (70
anni) e si registra una leggera prevalenza maschile (52%). Sono lavoratrici e
lavoratori in gran parte dediti alla cura di tantissimi anziani, spesso malati,
non autosufficienti o soli.

Con l’avanzare dell’emergenza COVID-19, molte colf e
badanti che lavoravano in convivenza con il proprio datore di lavoro, hanno
perso non solo il lavoro ma anche un tetto.

Riteniamo che Regione Puglia debba promuovere un’azione per
la emersione di questi lavoratori da una condizione di clandestinità lavorativa
a beneficio delle persone anziane e di tutta la collettività e anche
dell’economia regionale (complessivamente, nel 2018 le famiglie in Puglia hanno
speso circa 171 milioni di euro per la retribuzione dei lavoratori domestici –
stipendio, contributi, TFR – Il valore aggiunto prodotto da questa componente
vale circa 400 milioni di euro).

È un pezzo importante della nostra economia, è
auspicabile che sia individuato un sistema di incentivi che supporti le tante
famiglie per favorire l’emersione dei collaboratori domestici. È altresì
opportuno che la regione si faccia promotrice di strumenti di supporto al
reddito che guardino anche a queste categorie, in prevalenza straniere e madri.

Il badantato condiviso, esperienza già presente in altre
realtà italiane: sarebbe un servizio di prossimità prezioso soprattutto per gli
anziani senza rete familiare e per quelle persone che hanno contenute risorse
economiche.

 

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